Temprato dalla solitudine. Il pellegrinaggio di Luis Ángel Maté

Temprato dalla solitudine. Il pellegrinaggio di Luis Ángel Maté

Il ciclista della Euskaltel-Euskadi Luis Ángel Maté ha dedicato parte della sua pre-stagione a un viaggio gravel di 650 km lungo il famoso Camino Ignaciano, dalla città basca di Loyola a quella catalana di Manresa


Quando corri in gruppo con altri 200 ciclisti che vanno a velocità folli, lotti per mantenere la posizione e rischi di cadere a terra ogni giorno, hai bisogno di un posto tranquillo per rilassarti.

Hai bisogno di quei momenti di solitudine in cui ci sei solo tu (e al massimo un amico fidato), la tua bici e la natura. Hai bisogno del suono calmo delle foglie, del sibilo tranquillo del vento e di quel ritmo lento che ti permette di raccogliere i tuoi pensieri e pensare alla vita. E nella nostra quarta avventura con Pachamama, abbiamo cercato proprio quei momenti di solitudine.

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Luis Ángel Maté, ciclista professionista della squadra basca Euskaltel-Euskadi, non è nuovo alle lunghe corse solitarie lontane dal gruppo dei professionisti. Questi momenti al di fuori delle corse lo hanno aiutato a riconnettersi con uno sport che ama, ma che può anche essere violento in termini di prestazioni e dati.

Una dimensione differente

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E quando esce con la sua gravel bike, perdendosi in luoghi dove non ci sono auto o altri ciclisti, può attingere finalmente a quell'energia che a volte gli manca quando è troppo concentrato sugli allenamenti e sul calendario gare.

"La solitudine mi aiuta a ritrovare me stesso. Perché quando non c'è nessun altro intorno a te, solo allora puoi trovare chi sei veramente", confessa Maté.

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In quei momenti, Maté si ricorda che la vita frenetica tende ad allontanarci dalle cose che hanno più valore: l'apprezzamento delle piccole cose, il bisogno di rallentare e la gratitudine per ogni momento che ci è concesso.

"Dobbiamo goderci ogni respiro. È una frase che Michele Scarponi ci ricordava con le sue azioni", ricorda Maté.

Il Cammino Ignaziano 

Ed è per questo che a dicembre dello scorso anno, Maté ha intrapreso un pellegrinaggio in bicicletta (e un percorso d'introspezione) attraverso il nord del suo paese, la Spagna. Partendo dal comune basco di Loyola, Maté ha percorso 650 chilometri per raggiungere la città catalana di Manresa. Il percorso è conosciuto come il Camino Ignaziano, percorso per la prima volta da Sant'Ignazio di Loyola - che poi fondò la Compagnia di Gesù, i Gesuiti - nel 1522. Tra la partenza e l'arrivo si dispiegano alcuni dei paesaggi più belli e vari della Spagna settentrionale: le foreste basche, le montagne e le valli della Navarra, la pianura aragonese, e poi la Catalogna, con i suoi panorami aspri.

Proprio come Maté e i pellegrini che percorrono il Cammino in questi giorni, Ignazio cercava la riconciliazione e il perdono. Mentre lo faceva, andava nella direzione opposta rispetto ai pellegrinaggi dell'epoca, che erano diretti verso Santiago de Compostela, nella direzione opposta.

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E proprio come Sant'Ignazio, Maté ha pedalato in una direzione dfferente rispetto alla maggior parte dei corridori professionisti che – anche nei periodi di scarico –prediligono le strade asfaltate e seguono sempre di più i dati e i numeri dei rilevatori di potenza e dei cardio-frequenzimetri.

"In quei momenti mi ricordo anche dei miei obiettivi e penso a come raggiungerli. E cerco di trovare soluzioni per raggiungerli che non comportino necessariamente l'alto livello di stress della nostra società e delle competizioni", dice.

Una vera sfida di resistenza

Similmente ad altre avventure di bike packing, il Cammino Ignaziano non è solo un'opportunità di riflessione e meditazione. È una vera e propria sfida di resistenza che racchiude in sé tutti gli aspetti positivi e negativi del pedalare ogni giorno per centinaia di chilometri. Ma anche allora, anche in quei momenti di difficoltà, la bicicletta e la solitudine possono diventare saggi consiglieri di viaggio.

"Le temperature a dicembre possono essere rigide, ma si possono anche avere problemi meccanici, e un giorno si finisce a mangiare meno del dovuto", racconta. "Ma questa è una cosa che il ciclismo ti insegna: che le piccole crisi e i brutti momenti passeranno. Come esseri umani, e non solo come ciclisti, dobbiamo imparare ad affrontare questi momenti. Che in realtà non sono brutti. Le vere cose brutte della vita sono altre".

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Durante il Cammino, Maté ha pedalato principalmente su strade sterrate, a parte alcuni tratti in cui si è concesso un po' di asfalto per al villaggio successivo in tempo per la cena e poter trovare posto per dormire. Infatti Maté aveva prenotato solo un albergo per la prima notte (delle otto trascorse sulla strada) – per il resto ha dato uno sguardo alla mappa e improvvisato.

"Mi fermavo quando volevo, o se vedevo un posto che mi piaceva particolarmente. Ricordo che una volta ho anche comprato del formaggio da un casaro", dice. Altro che barrette.

E alla domanda se avesse preferito percorrere il Camino a piedi oppure che in bicicletta, Maté non ha dubbi. "La bicicletta è il miglior mezzo di trasporto: puoi andare veloce, puoi coprire grandi distanze, ma puoi anche andare piano e goderti il paesaggio".


Le prossime avventure

Maté dice che la sua stagione sarà pianificata per dare tutto alla Vuelta a España, ma sta già pensando alla prossima avventura solitaria. E anche se ha molte idee e molti piani, ha purtroppo poco tempo per realizzarli tutti.

"Questi viaggi possono magari non sono il modo migliore per prepararsi fisicamente a una gara, ma mentalmente sono molto importanti per me. Il ciclismo è diventato troppo ossessionato dai numeri e dai watt, e dal pesare la pasta e il riso ogni giorno. Questo è estenuante, soprattutto per i giovani che si avvicinano a questo sport", dice.

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In questi viaggi, Maté non cerca solo la pace interiore, ma anche le radici di uno sport che a volte dimentica la bellezza dell'andare in bicicletta in perfetta solitudine. Quella bellezza pura di pedalare senza pressione, in luoghi selvaggi, per il solo piacere dello stare in sella.

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